Synthesis, n. 6, giugno 2006,
libri
Dove nascono le idee
Gabriele Di Giammarino
(Daniel Dennett, Dove nascono le
idee, Roma, Di Renzo Editore, 2006)
“Idea” è una
parola logorata dall’uso, dalle metafore, dalle
trasposizioni di significato, a tal punto che occorre
farne un po’ la storia prima di approntare la
lettura dell’eccezionale volumetto di Daniel Dennett,
Dove nascono le idee, pubblicato dall’editore
romano Di
Renzo nella collana “I Dialoghi” i cui
libri – come si legge in capo di ognuno –
“sono il risultato di approfondite discussioni
con l’Autore che, stimolato dalle nostre domande,
simili a quelle che voi avreste voluto porre, sviluppa
chiaramente la materia oggetto della discussione”.
E gli Autori – va ricordato – sono premi
Nobel, professori universitari, specialisti delle varie
discipline.
Il vocabolo “idea” deriva dal greco ed è
passato dal significato originario di “apparenza”,
“aspetto”, “forma” a quello
di essenza, forma archetipica, immutabile ed eterna,
delle cose, al di là delle loro apparenze sensibili
e accidentali, e conoscibile soltanto dall’intelletto
umano. Da questo significato espresso dalla filosofia
di Platone si è passati con Cartesio e gli idealisti
ottocenteschi, a designare il contenuto stesso della
mente umana.
La facoltà di anticipare e progettare i vari
aspetti dell’attività umana è considerata
nei Paesi di cultura anglo-americana, forse per influenza
del filosofo statunitense John Dewey, una manifestazione
dell’idea pragmatisticamente intensa come invenzione,
scoperta, intuizione. In questo senso la parola è
usata comunemente e in questo senso è assunta
dal Dennett. La logica del filosofo William Quine, con
cui egli conseguì il dottorato, lo portò
in direzione di un empirismo senza dogmi e alla contrarietà
all’esame dei dati empirici, presi isolatamente,
anziché alla verifica dei dati globali del sistema
dal quale l’enunciato in esame fa parte. L’altro
“mentore” dell’autore è stato
il professore oxoniense Gilbert Ryle il cui libro The
Concept of Mind gli “era sembrato uno dei pochi
libri di filosofia contemporanea degno di nota”
(p.15). La filosofia per il Ryle può rimuovere
gli errori categoriali che scaturiscono dall’attribuzione
di predicati impropri a certi soggetti perché
tale confusione non apra spazi alla metafisica.
La narrazione di Dennett procede non già in maniera
tecnicamente fredda, ma appare vivacemente legata alle
sue vicende autobiografiche: la passione per la musica
e la scultura (“quello che è arrivato con
uno scalpello e un blocco di marmo al seguito”:
così lo chiamavano quelli del circondario, quando
nel 1963 si recò con la moglie ad Oxford) fa
di questo intellettuale una persona ricca di umanità
e d’interessi variegati. Portava infatti nella
celebre Università inglese “un bel carico
di questioni filosofiche irrisolte”, ma anche
– e fu il primo – la moda del “frishee”
in Gran Bretagna (p.18).
La succinta parte autobiografica, che apre il lavoro,
riporta molti “ricordi avventurosi” dell’autore
dall’infanzia trascorsa a Beirut alla scoperta
della musica jazz che lo indusse, appena tredicenne,
a seguire lezioni di pianoforte, dai suoi studi linguistici
e filosofici alla formulazione della teoria dell’intenzionalità
mai limitata all’indagine scientifica degli aspetti
neurologici, ma aperta ai risvolti filosofici. L’intenzionalità,
come atto di coscienza in virtù del quale essa
si volge, “tende” verso un oggetto, non
postula che questo sia reale, ma denota semplicemente
ciò a cui l’azione mentale si riferisce.
L’autore, convinto che il neurone, “con
i suoi molteplici input e il suo output ramificato e
modificabile, fosse l’unità base di una
rete, nata e accresciutasi tramite processo evolutivo”
(p.20), giunge conseguentemente ad esaminare la possibilità
di una teoria “centralizzata” dell’intenzionalità
(ibidem). Queste convinzioni lo avviano sulla strada
di quello che gli anglofoni chiamano “behaviorismo”
e noi, più semplicemente, denominiamo “comportamentismo”,
basato sull’abbandono di io e di coscienza per
lo studio del comportamento – umano o animale
– , dei riflessi condizionati, della dinamica
azione – reazione. Nell’universo dei pensieri
e dei sentimenti, delle pulsioni e delle repulsioni
ci sono procedimenti meccanici costantemente esplorati
dai teorici dell’intelligenza artificiale, verso
cui non poteva non indirizzarsi l’attenzione del
Dennett. Nel comportamento umano e animale esiste un
rapporto strettissimo di causa ed effetto, comune a
tutte le leggi di natura: “un ramo carico di neve
è prevedibile che si spezzi” (p.29). Non
si tratta, nell’uomo, di processi esclusivamente
meccanici che eliminerebbero la possibilità di
scelta, l’autonomia dei comportamenti: c’è
insomma un atteggiamento fisico (deterministico) e un
atteggiamento intenzionale, per cui l’uomo agisce
secondo scopi ragionevoli (ibidem).
Nell’uomo spicca la capacità di articolare
il pensiero mediante il linguaggio, che è un
fatto specifico, anche se questa facoltà è
presente, pur se in forma elementare, in altri esseri
animati. “Ora è opinione mia – e
non solo mia – che il pensiero nasca con il linguaggio”
(p.53). Le parole non sono segni convenzionali, ma strumenti
che “ci rendono intelligenti perché semplificano
il nostro orientarci nel mondo, creando punti di riferimento”
(ibidem).
Questa intuizione, di lontana matrice vichiana, è
confortata dal giudizio di Noam Chomsky, per il quale
sin da bambini si apprende il linguaggio per un nostro
naturale adeguamento al contesto in cui essi vivono.
“I bambini adorano parlare a sé stessi”
(p.54); infatti ripetono ridendo anche le parole che
non intendono.
In conclusione, il Dennett non vuole condurre una privata
crociata illuministica sul problema, ma intende eliminare
le spiegazioni metafisiche, rimanendo del parere “che
anche il mistero ha le sue spiegazioni” (p.58).
La nascita delle idee è sia nella rappresentazione
mentale, sia nel richiamo alle associazioni connesse
e appropriate. Il passaggio dal nominare gli oggetti
alla comprensione di essi ci fa comprendere appieno
che “la parola ha assolto alla funzione di prototipo
del concetto” (p.54)